Le pitture scoperte nella chiesa di Santo Stefano di Garlate (LC)

TESI DI LAUREA DI VALERIA CECHETTO

Anno Accademico 1998-1999
UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI PAVIA,
FACOLTA' DI LETTERE E FILOSOFIA

Lo studio ha per oggetto decorazioni ad affresco scoperte all'interno della Chiesa Parrocchiale di Garlate (LC) durante un'indagine archeologica condotta tra il 1995 e il 1997.
Le pitture ornano le absidi laterali dell'edificio romanico rinvenuto, laceri di piccole e medie dimensioni occupano alcune facce degli altari presenti al loro interno; infine un cospicuo nucleo di frammenti affrescati, recuperati in fase di scavo, sono riconducibili allo stesso ambito cronologico.
Le decorazioni absidali riproducono gli arti inferiori di due personaggi, rispettivamente uno per nicchia, ed un velario; tale elemento decorativo e' riconoscibile anche su una faccia dell'altare dell'abside sud con moduli stilisticamente differenziali.

L'INTERESSE ARCHEOLOGICO DEL SANTO STEFANO

L'interesse archeologico di Santo Stefano di Garlate ha origine sul finire del XIX sec. quando, durante i lavori di ristrutturazione dell'edificio seicentesco, emersero materiali antichi riutilizzati nella fabbrica. Nell'abside si scoprono due frammenti marmorei iscritti, formanti un'unica lapide, mentre smantellando l'altare maggiore si recuperarono tre capsule liturgiche. La più grande in marmo bianco conservava all'interno una capsella in stucco gessoso, che a sua volta custodiva una gispanoteca argentea. Quest'ultima, decorata a sbalzo con figure di agnelli, racchiudeva due frammenti di stoffa, un vasetto di vetro e tre lamine in argento decorate con figure di santi.
Giovanni Baserga, parroco di Lanzo d'Intelvi nei primi anni del nostro secolo e corrispondente della "Rivista Archeologica dell'antica Diocesi di Como", analizzò i pezzi pubblicando due scritti. Nel 1903 fornì l'elenco dettagliato dei materiali e l'interpretazione critica delle lapidi, datandole al V sec. d.C.; l'anno seguente approfondì il tema dell'origine, dell'importanza e della diffusione delle capselle liturgiche briantee. I ritrovamenti facevano ipotizzare l'esistenza di un centro di culto già in età paleocristiana.
Nel 1912 la rivista comasca constava di un unico articolo curato dal giovane archeologo milanese Monneret de Villard. Nel suo lavoro, intitolato Le iscrizioni cristiane della diocesi di Como anteriori al XI sec, lo studioso restituiva il catalogo delle lapidi comasche conosciute sino ai giorni suoi, tra queste anche le iscrizioni Garlatesi. L'analisi, come precisa lo stesso autore, non aveva finalità critica, ma, accettando le ipotesi precedenti, raccoglieva tutte le informazioni indispensabili per studi futuri.
Occorre attendere più di cinquant'anni per rintracciare un ulteriore contributo sui materiali Garlatesi: Luciano Caramel accennò ai pezzi nel suo scritto pubblicato ne "La Storia di Monza e della Brianza". L'autore si allineò con le datazioni proposte in precedenza, concentrando maggiormente la sua attenzione sull'ipotesi che la chiesa di Santo Stefano fosse una fondazione paleocristiana, tanto da citarla nell'elenco degli edifici briantei ascrivibili a quel periodo.
Solo alla fine degli anni ottanta, con gli studi realizzati da Marco Sannazzaro, e' possibile accennare a nuove ipotesi critiche sui pezzi. Lo storico ha infatti posticipato di alcuni anni la datazione delle epigrafi, supponendo l'importanza di Garlate anche nell'alto medioevo in connessione con la recente scoperta di un insediamento goto nel vicino Monte Barro. La congettura del legame tra due centri sopraccitati si fonda sul rinvenimento della lapide funeraria che testimonia la deposizione in Garlate de " l'illustis Pierius". Quest'ultimo, identificato come uno dei generali di Odoacre, venne sconfitto ed ucciso in quei luoghi. Il Sannazzaro lascia quindi intendere che solo uno scavo avrebbe potuto confermare le supposizioni prodotte sino a quel momento.

L'interesse e la volontà di don Mario Colombini, attuale Parroco di Garlate, hanno permesso di realizzare un'indagine archeologica presso la chiesa di Santo Stefano. I lavori sono stati coordinati da Prof. Gian Pietro Brogiolo con l'aiuto di Giovanni Bellosi e Loretta Dorattiotto, i direttori di scavo, che hanno vigilato su un numeroso gruppo di volontari. Le ricerche, svoltesi in tre distinte campagne tra 1995 e 1997, hanno indagato una superficie totale di circa mq. 300. E' stato così possibile non solo verificare le ipotesi espresse negli scritti sopra citati, ma ricostruire interamente le trasformazioni del sito dai I sec. d.C. sino agli interventi dei nostri giorni.

I RISULTATI DELLE RICERCHE

La campagna di scavo e' stata preceduta da uno sterro preliminare realizzato, nell'estate del 1995, all'interno della sacrestia S-E dell'attuale edificio di culto. Le interessanti scoperte portarono alla prosecuzione delle ricerche negli anni successivi: nel 1996 si scavò all'interno della chiesa, e nell'estate successiva si indagò l'esterno. "Lo scopo delle ricerche mirava a ricostruire le fasi insediative anteriori al luogo di culto, delle quali occorreva indagare articolazione, funzione e cronologia." I dati acquisiti hanno individuato quattro fasi (romana, paleocristiana, alto-medievale, romanica) anteriori all'attuale edificio.

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I primi manufatti antropici risultano essere costituiti da alcune strutture murarie identificate come porzioni di una villa romana. Questa, collocata sulla collina che degrada verso il lago, viene datata tra la fine del I sec. a.C. e l'inizio del successivo e fu probabilmente in uso sino alla metà del V sec. d.C.. In questo periodo si edificò, utilizzando parzialmente alcuni muri della villa, un piccolo sacello cimiteriale ad aula unica e di forma rettangolare. Un modesto numero di frammenti lapidei sono ascrivibili a questa fase; in origine dovevano ricoprire le pareti del sacello, ma con le trasformazioni architettoniche successive, furono impiegati come materiale di fabbrica. Le sepolture scoperte, presumibilmente riutilizzate sino alla metà del VII sec, hanno restituito alcuni oggetti (pettini in osso, elementi di cintura, fili di broccato d'oro delle vesti, qualche perlina vitrea) che dovevano costituire il corredo tombale degli inumati. Questi materiali, sfuggiti alle depredazioni per le loro limitate dimensioni, e la lapide di "Pierus" consentono di ipotizzare che all'interno del sacello venissero deposti solo personaggi d'alto rango.
Attorno alla metà del VII sec. si compirono dei cambiamenti alla struttura: una nicchia semicircolare si aprì sulla parete est ed una nuova pavimentazione venne messa in posa. Queste trasformazioni architettoniche possono far congetturare un cambiamento funzionale dell'edificio che da cappella cimiteriale si trasformò in piccolo oratorio. Quest'ultimo venne probabilmente utilizzato sino attorno al Mille, quando si innalzò una chiesa a tre navate riconducibile alla tipologia romanica.

L'EDIFICIO ROMANICO

I limiti di scavo imposti dall'edificio seicentesco non hanno permesso di mettere in luce l'intera struttura romanica, ma e' stato possibile ricostruirne la pianta. L'invaso, orientato E-W, misura m 20,5 in lunghezza e m 12,8 in larghezza, e' scandito da due file di pilastri quadrangolari in tre navate, di cui la centrale di maggiore dimensione, ad E, verso il lago, termina con tre absidi semicircolari.

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All'interno delle absidi laterali si conservano porzioni di altari di pietra, mentre la centrale, pur gravemente manomessa, e' contrassegnata da elementi che confermano l'esistenza di un presbiterio rialzato. All'intersezione delle murature semicircolari sono addossati due pilastrini rettangolari. Il campanile, inglobato nell'edificio seicentesco, e' l'unico elemento della struttura romanica che attualmente permane in alzato ed era collocato originariamente in facciata. La muratura, a sacco, e' costituita da pietre di diversa natura, di piccole e medie dimensioni, appena sbozzate, e da qualche ciottolo di fiume; il tutto e' legato da malta di colore grigio chiaro. L'edificio e' stato smantellato in modo non uniforme come si apprende dalle murature: queste presentano una differente altezza determinata dell'asportazione di un numero maggiore o minore di corsi di mattonelle durante la demolizione della chiesa romanica.

ALCUNI CENNI SULLA STORIA DELL'EDIFICIO DI SANTO STEFANO

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Dalle indagini archeologiche sono emersi dati che si possono collegare alla fisionomia dell'edificio romanico, che può essere in qualche misura restituita dagli atti delle visite pastorali cinquecentesche e seicentesche. Queste si sono rivelate utilissime sia per conoscere le modificazioni architettoniche, attuate dopo la demolizione della struttura romanica, sia per ricostruire la vita degli altri edifici di culto di Garlate.
Dalla visita del 1570 si apprende che il Santo Stefano non era la chiesa principale ma era retta da un curato stipendiato dal prepositus che risiedeva presso la collegiata di S. Agnese; "contigua" ad essa stava un piccolo edificio dedicato a San Vincenzo, e poco distante da centro abitato si trovava l'oratorio eretto al culto dei Santi Cosma e Damiano. Tale situazione mutò radicalmente nel corso di pochi anni. Anzitutto venne abbattuta la cappella di San Vincenzo ed alcuni anni dopo Carlo Borromeo ordinò lo spostamento della "prepositura" dalla chiesa Sant'Agnese alla chiesa Santa Margherita sita nel territorio di Olginate.

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Il decreto sopra citato ammoniva inoltre di restaurare o demolire, in tempi brevi, la suddetta collegiata di Garlate. Le relazioni apostoliche degli anni successivi informano sul grave stato di indigenza dell'edificio, testimoniando che l'ordine non era stato eseguito. Pertanto Mons. Regazzoni, Vescovo di Famagosta e visitatore Apostolico nel 1577, prescrisse nuovamente l'abbattimento. Non e' possibile stabilire con certezza l'anno in cui si compì, ma dagli atti del 1615 emerge che le murature erano state parzialmente demolite poiché erano ancora per gran parte visibili.
A Garlate rimasero così solo due edifici di culto: il piccolo oratorio intitolato ai Santi Cosma e Damiano, e la chiesa di Santo Stefano ancora presumibilmente nella sua veste medievale. Concentrando la nostra attenzione su quest'ultima possiamo riportare una sommaria descrizione dell'edificio, rintracciata nelle relazioni apostoliche degli anni 60 del cinquecento. Francesco Bernardino Cermenato e Fabrizio Pessina, visitatori delegati di Carlo Borromeo, ricordano: "(...) divisa in tre navate, la centrale delle quali e' alta; quattro pilastri sostengono una navata, l'altra invece e' sostenuta solo da due. In fondo alla chiesa c'e' il campanile (...). Non ha pavimento. La porta maggiore, in mezzo alla facciata, immette nella chiesa mediante due gradini di pietra, che scendono. Nella navata centrale, di lato, vi sono sei finestre alte, senza grata, senza protezione. (...) C'e' un piccolo muro che divide la Chiesa, con varchi per il passaggio. La chiesa e' coperta da lastre di pietra, sostenute da travi non saldamente fissate. Il presbiterio, nella navata centrale, a volta, e' ornato da antiche pitture ed ha due piccole finestre senza grata, con protezioni di carta. Il suo altare, troppo piccolo, e' consacrato, ha candelabri di ottone, la predella indecorosa. Ad esso si sale mediante tre gradini di pietra (...). Di fronte, all'estremità' delle altre due navate, ci sono due cappelle, simili tra loro, a volta con altari piccoli, completamente prive di ornamenti, le cui rispettive piccole finestre hanno protezioni di carta. (...)

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L'edificio romanico, come si apprende dalle successive relazioni, venne più volte restaurato sino all'innalzamento nel 1665 di una nuova chiesa. Don Domenico Biffi, parroco di Garlate in quegli anni, nello "Status personalis" ricorda: " (...) Questa sopradetta Parrocchiale era antichissima (...) hora e' del tutto moderna essendo stata refabricata tutta da capo a spese della Scola nel 1665 cominciata il 20 Marzo di detto anno (...) . Alcuni anni dopo il Cardinale Federico Visconti dona una breve descrizione del nuovo edificio: "(...) La Chiesa Parrocchiale di Garlate, dedicata a Santo Stefano Protomartire, fu ricostruita molto recentemente, di moderna struttura, consta di un'unica navata si estende in lunghezza di 32 cubiti, in larghezza di 14, in altezza di 20. E' coperta da una volta. Ha un coro quadrangolare." La chiesa seicentesca sopra descritta venne utilizzata sino alla fine del secolo scorso, quando nel 1896 si attuarono dei cambiamenti radicali. Il progetto di ristrutturazione prevedeva l'ampliamento dell'edificio e inversione tra coro e facciata: quest'ultima venne infatti posta di fronte al lago annullando così l'originario orientamento dell'edificio.
Ad un secolo di distanza e' stata realizzata l'indagine archeologica, lo scavo e' stato condotto preventivamente all'introduzione di un nuovo impianto di riscaldamento e ad una successiva trasformazione della pavimentazione interna.

CONCLUSIONI

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La frammentarietà degli affreschi garlatesi non consente di ipotizzare quale fosse il programma pittorico che doveva adornare l'area absidale; risulta però abbastanza chiaro che queste decorazioni si inseriscono, all'interno delle testimonianze pittoriche lombarde, con caratteri di unicità.
Lo schematismo compositivo dei cicli romanici, già ben radicato nella cultura carolingia - ottoniana, caratterizzato dalla rigida suddivisione della superficie dipinta in registri orizzontali, e' stravolto.
Il frescante attivo a Garlate concepisce le decorazioni absidali con una certa singolarità: due distinti lembi di tessuto decorano le parti laterali della zoccolatura interrompendosi nella zona centrale; qui trovano posto i due personaggi, rispettivamente uno per nicchia, che aleggiano nel vuoto ed insistono direttamente sul velario. I piani compositivi non sono rispettati, il velario non e' concepito secondo la tradizione struttura "a cortina continua". Un ulteriore motivo d'interesse e' rappresentato dal rinvenimento di lacerti d'affresco sulle facce dell'altare; come abbiamo già avuto modo di precisare, questi frammenti si inseriscono all'interno di una casistica abbastanza esigua.

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Occorre evidenziare che nuove decorazioni potrebbero emergere dalla fronte dell'altare: questa area e' ancora totalmente ricoperta dalle scialbature e solo un intervento di restauro consentirebbe di rimettere in luce le pitture ancora nascoste.
L'unicità' di tali affreschi, e la conseguente mancanza di confronti diretti a cui riferirci, ha determinato di valutare singolarmente ogni elemento stilisticamente confrontabile; si e' così giunti alla contestualizzazione cronologica degli affreschi dall'unione delle distinte analisi.
Alcune considerazioni emergono dall'osservazione del personaggio dell'abside sud; questo, vestito da un'ampia tunica, e' modellato attraverso linee nere che descrivono la volumetria della figura, mentre le variazioni tonali assumono una pura funzione decorativa. Un similare approccio compositivo si rintraccia nelle pitture della Chiesa di San Giorgio in Borgo Vico a Como, datate al XII secolo; la volumetria dei personaggi e' riprodotta esclusivamente con rigide pennellate di colore nero, assegnando al colore un ruolo marginale.
Per quel che riguarda le singolari lumeggiature dei calzari, si rintracciano elementi di confronto in un affresco della cappella di Sant'Eldrado alla Novalesa. Nella volta della seconda campata, ove e' riprodotta la scena di " San Nicola che viene accompagnato alla sedia episcopale", i tre personaggi calzano scarpe nere finemente rifinite da motivi puntinati o lineari di colore bianco; le decorazioni sono state ascritte al XI secolo. Il velario dell'altare, considerata l'ampia diffusione del motivo a losanghe, non consente di circoscrivere una periodo cronologico. Decorazioni similari si rintracciano infatti in un arco temporale compreso tra il XI-XIII secolo.
Ulteriori confronti si possono comunque ricavare dall'analisi dei lacerti rinvenuti in fase di scavo, alcuni infatti presentano elementi stilistici utili alla ricerca comparativa. Due frammenti non ricostruibili, recuperati nel 1995, riproducono una decorazione fitomorfa; questa, dipinta in nero su uno sfondo marrone, e' limitata lateralmente da sottili linee bianche, ed alcune foglie sono ritoccate con sottili lumeggiature. Tale motivo ornamentale risulta abbastanza diffuso, veniva utilizzato per la decorazione delle strombature delle finestre oppure per delimitare i registri e le scene pittoriche. Un esempio similare si rintraccia tra i frammenti della chiesa di Santa Maria di Castel Vecchio a Mongrando; questo, unitamente alle altre decorazioni, viene datato al XI secolo. Altre testimonianze, decisamente più elaborate, sono visibili nella chiesa di San Giorgio a Lurago Marinone e nelle pitture del san Martino ad Aurugo in Valchiavenna; entrambe le pitture sono ascritte al XII secolo.

Dall'unita' stratigrafica - Garlate 1995 - unitamente ad altri piccolo lacerti provengono invece due frammenti ricostruibili che riproducono parzialmente un volto. Su base ocra sono elaborate le variazioni tonali, pennellate di verdaccio unitamente a sottili lumeggiature, impostate simmetricamente, donano volumetria al viso. Il naso e' costruito attraverso il partito delle velature distribuite ai lati della lumeggiatura bianca centrale che si biforca presumibilmente all'attacco delle sopraciglia. Gli occhi sono riprodotti da sottili linee nere, ed infine nella parte sinistra del frammento si intravede un tocco di colore rosso che doveva simulare il rossore delle gote.
Le schematiche partiture coloristiche e le taglienti lumeggiature dei volti del XI secolo sembrano infatti solo un lontano ricordo, il frescante ricalca le simmetrie compositive, ancora ben radicate nella cultura figurativa del XII, ma le organizza con sottili linearismi. L'impostazione tipologica e la raffinata resa della decorazione fa proporre di avvicinare il volto frammentario di Garlate all'interno delle testimonianze lombarde del XII secolo.
Nuovamente dal riempimento dell'abside sud e' emerso un lacerto stilisticamente interessante. In origine la decorazione era completamente ricoperta da scialbo, la rimozione dello strato superficiale ha portato alla scoperta di una decorazione riproducente le dita di mano. Il soggetto e' disegnato su una base color ocra attraverso graduali variazioni di rosa, la volumetria delle dita e' impostata dalle pennellate di colore bianco. L'ultima fase della rappresentazione e' concepita nella stesura di linee nere che elaborano sapientemente la forma delle dita, delle unghie ed anche la piega dell'ultima falange. Tale raffigurazione e' avvicinabile, per quanto riguarda l'elaborazione coloristica, alla mano di un astante della scena "Miracolo delle acque amare" presso la chiesa di San Calocero a Civate. Da un'accurata osservazione del personaggio, e' quello che regge nella mano destra una coppa aurea, si riscontra che la resa stilistica della dita sembra non differenziarsi molto da quella del frammento Garlatese. Infatti anche in questa decorazione si riscontra una modulazione graduale del colore elaborato secondo variazioni tonali di ocra e rosa, e dove successivamente pennellate di bianco restituiscono la volumetria alla mano. Inoltre linee nere definiscono le singole dita, le unghie e la piega della falange.
Da queste osservazioni s può presupporre che il frescante garlatese si rifaceva a modulazioni stilistiche e conosceva le decorazioni ornamentali documentate nella pittura Lombarda del XII secolo. Sembra lecito di ascrivere le pitture garlatesi in tale contesto cronologico.

Un'ultima considerazione spetta ad un frammento recuperato nel 1996, su sfondo bianco si riconosce, da sinistra a destra, un motivo puntinato e poco distante la parte inferiore della lettera S. per il tratto realizzato accanto, che sembra riprodurre una bombatura, si propone l'individuazione della C. Solo una puntuale indagine epigrafica, condotta da uno specialista, può fornire dati certi sulla datazione del lacerato, che comporterebbero un ulteriore contributo per limitare temporalmente la realizzazione delle pitture Garlatesi.