Ritrovamenti nella Garlate paleocristiana

TERRA AMBROSIANA
DIOCESI DI MILANO
Anno XXXVII/luglio-agosto 1996

di Giulio Colombo

Nei giorni i e 2 luglio del 1941 il card. Schuster, visitando per la seconda volta la pieve di Olginate, fu a Garlate dove stava l’antico e originario capopieve fino al 1574. Di quella visita rimane una relazione giornalistica stesa dallo stesso arcivescovo e raccolta nel volume “Peregrinazioni apostoliche” (pp. 115-116).

“Garlate - scriveva il card. Schuster - è uno dei più antichi centri parrocchiali della diocesi, come dimostra la sua suppellettile archeologica, le capselle argentee dei suoi primitivi altari e le sue antiche epigrafi. E' difficile di determinare più oltre, ma possiamo sicuramente risalire sino al VI secolo.”
E continuava:“Garlate non è stato un paese troppo fortunato. Quando S. Carlo Borromeo vi fece la Visita Pastorale, ritrovò ogni cosa così fatiscente, che, ad insinuazione del suo stesso Preposto, il quale tuttavia risiedeva ad Olginate, diede ordine di demolire la vecchia Chiesa di S. Agnese, per ricostruirla collo stesso materiale là dove il Preposto aveva già trasportato i suoi lari! (cioè la sua residenza). A Garlate sopravvisse, per fortuna, la Chiesa di S. Stefano, che divenne così la parrocchiale. Essa fu rifatta nel secolo XVII quando, per ampliarla, ne capovolsero addirittura la pianta, aprendo la porta là dove per dieci secoli trovavasi l’altare. Fu in quell’occasione che venne ritrovata la capsella argentea delle sacre Reliquie.”

E più oltre:“Delle altre antiche Chiese non v’è più traccia. Non sarà tuttavia inopportuno di rilevare, che le Chiese di S. Agnese, di S. Lorenzo, di S. Stefano e dei Martiri Anargiri ci riconducono alla più alta antichità cristiana: ai secoli V e VI. La suppellettile paleo-cristiana ce lo conferma; giacché tanto la capsella argentea con le immagini di S. Stefano e di S. Lorenzo staurofori, come alcune epigrafi tombali ci riconducono a quel ciclo storico di formazione delle nostre prime parrocchie rurali.”
Indizio di remota antichità è anche il fatto, che le varie antiche Chiese di Garlate, invece che ai Martiri Milanesi saliti a grande fama nell’evo Ambrosiano, sono dedicate ai grandi Santi Romani, ai quali erano intitolate le stesse prime basiliche di Milano. Sarebbe utile che un qualche studioso approfondisse queste ricerche archeologiche, che io qui posso solo indicare”.

Lo studioso auspicato dal card. Schuster finalmente è arrivato; anzi, un gruppo di studiosi, guidati dal prof. Gian Pietro Brogiolo del Dipartimento di Scienze dell’Antichità di Padova.

Ecco la relazione preparata per “Terra Ambrosiana” da una attiva studiosa del gruppo, Loretta Vigo Doratiotto, al termine della campagna di scavo condotta nel 1995:
“L’indagine archeologica si inserisce in un quadro di ricerche sul territorio lecchese per meglio definire i rapporti della fortificazione gota del Monte Barro con gli insediamenti circostanti. L’interesse per la plebana è scaturito da una serie di indizi che testimoniano l’antichità della fondazione della chiesa; primo fra tutti, la presenza di cinque iscrizioni funerarie databili tra il 489 e il 539 d. C. Una di queste lapidi, rinvenuta nel 1896 durante lavori di ristrutturazione che hanno modificato l’orientamento della chiesa, è stata oggetto recentemente di una rilettura da parte di Marco Sanazzaro. Lo studioso identifica il personaggio di nome Pierius citato nell’iscrizione funeraria, con il comandante in capo delle truppe di Odoacre morto in battaglia contro i Goti di Teodorico nei pressi dell’Adda e sepolto, prima della ritirata, nel luogo sacro più vicino, ovvero a Garlate. Ecco quindi che la nostra Pieve si trova in un territorio che fu teatro di vicende della guerra tra Bizantini e Goti, in un’area in quel periodo strategicamente importante, sia per il transito della grande strada d’arroccamento, la Bergomum­Comum, di cui Garlate era un sicuro punto di passaggio, sia per la stretta vicinanza con Milano, allora capitale dell’impero d’Occidente.
Ci sono poi altri ritrovamenti archeologici che, per il tipo di decorazione e per l’impianto strutturale, rimandano senza alcun dubbio al V secolo d. C.: le tre colonnine in marmo con capitelli ornati da piccole foglie, tre capselle liturgiche, e delle laminette d’argento che, molto probabilmente, erano in origine applicate ad una cassetta lignea. Scarse le notizie storiche relative alla Pieve: nel 985 un suo officiale, prete Andrea, originario di Carenno, donava alla chiesa di S. Alessandro di Bergamo alcuni beni posti in Calolzio. Per avere altri documenti si deve attendere il XIII secolo, periodo in cui affiorano nuove informazioni riguardo la canonica e le chiese ad essa soggette. E’attualmente in corso, a cura del prof. Virginio Longoni, una rilettura delle notizie reperibili nelle fonti letterarie che ci auguriamo possa colmare questa lacuna.
Non va inoltre dimenticato un ulteriore elemento, che avvalora l’ipotesi dell’antichità di fondazione della chiesa la dedicazione a S. Stefano, diacono e primo martire del cristianesimo, la cui venerazione si diffuse nell’area mediterranea dopo il ritrovamento nel 415 delle sue reliquie a Kapha Gameta, presso Gerusalemme. Obiettivo iniziale dello scavo è stato quindi quello di documentare, in modo analitico, tutte le attività antropiche svoltesi nell’area della chiesa, cercando conferme alle notizie già note dalle fonti storiche o solamente ipotizzate in base ai ritrovamenti archeologici.

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Ritrovamenti archeologici con croci topografiche riferite alla maglia di scavi

Questa prima campagna di ricerca, condotta su di un’area di 18 mq, che corrisponde alla sacrestia situata nell’angolo sud-est della chiesa, ha fornito dei risultati particolarmente interessanti, in quanto ha permesso di definire cinque periodi di occupazione, dall’età tardoantica al XVII secolo. Dei saggi in profondità, effettuati con una carotatrice, hanno permesso il recupero delle quote dello strato antropico più antico (periodo I ante sec. V) molto probabilmente destinato ad attività agricole fino al momento della fondazione della chiesa nel corso del V secolo.
Alla fase successiva (periodo II) si riferiscono un tratto di muro, un lacerto di pavimento in cocciopesto ed una tomba che è stata rimaneggiata per la creazione della trincea di fondazione del muro perimetrale della successiva chiesa romanica. Questa sepoltura conteneva almeno tre individui, le cui ossa, in base alla datazione eseguita con il metodo del C14, risalgono al V secolo d. C., esattamente il periodo nel quale era stata ipotizzata la costruzione della prima chiesa. Attualmente i resti scheletrici sono oggetto da parte degli antropologi di un attento esame che fornirà ulteriori dati utili a ricostruire le caratteristiche biologiche dei singoli individui. Questo periodo è seguito da una fase di pavimenti e di strutture architettoniche pertinenti alla chiesa romanica (periodo III). Sono stati infatti portati alla luce numerosi tratti di muratura, osservabili in alzato per una settantina di centimetri e riferibili alla navata laterale della chiesa dell’XI secolo, consistenti nel catino absidale, che ancora conserva delle decorazioni a fresco, nell’altare con un fregio decorativo a velario, nel perimetrale della navata con la soglia dell’ingresso meridionale, ed in alcuni pilastri.

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